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Anice stellato

Anice stellatoQuesta spezia profumatissima è il frutto di un albero tropicale asiatico. Il sapore è simile a quello dell’anice comune ma decisamente più intenso.

Conosciuto fin dai tempi antichi per il suo potere digestivo è ottimo per combattere una gamma di diversi virus tra cui anche quello dell’herpes. Oltre ad essere antibatterico è un antiinfiammatorio, stimolante naturale con proprietà diuretiche mooolto potenti.

Assieme al finocchio, i chiodi di garofano, la cannella ed il pepe, l’anice stellato compone la famosa miscela conosciuta come le 5 spezie cinesi.

La leggenda narra che questa miscela di spezie sia nata nel tentativo di creare una polvere magica che racchiudesse i 5 elementi fondamentali cinesi (legno, fuoco, terra, metallo,  e acqua) e i 5 sapori base (acido, amaro, dolce, pungente e salato) al fine di riequilibrare Yin e Yang. I cinesi la sanno lunga e non mi meraviglierei affatto se tale miscela funzioni in tal senso, di certo hanno creato un preparato ottimo per insaporire la carne.

Vi consiglio l’uso dell’anice stellato anche per aromatizzare caffè e tè, a me piace moltissimo.

Anice

AniceNonostante odore e sapore li accomunino, l’anice comune ( pimpinella anisum) è il frutto di una pianta annuale  che non ha nulla a che fare con l’albero dell’anice stellato.

Il nome anisum deriva dal greco e può significare non eguale oppure eccitante in riferimento alle sue proprietà. Digestivo, antispasmodico, antisettico e mi sembra il caso di comunicare che è un ottimo “antigas”, insomma non fatemi essere più esplicita 😉

Se volete seminarlo dovrete aspettare aprile, cresce spontaneamente nelle zone  temperate soprattutto in meridione, ama il sole, farsi abbondanti drink in primavera e necessita di un terreno profondo e a medio impasto. Se vi trovate nelle Marche ce l’avete sotto gli occhi, così mi dicono. Marchigiani a voi la parola.

Anche se oggi non gode di grande fama, in passato è stato al centro dell’attenzione dei Faraoni, dei Romani che ne facevano mustaceum, dolci per digerire dopo i bagordi. Re Edoardo I addirittura ne tassò la compravendita per imbellettare il ponte di Londra, Plinio raccomandava il suo uso contro l’alitosi ( oh da una parte o l’altra fa sempre comodo! ) ed il re Sole lo volle piantare nei giardini di Versailles.

L’anice si è reso famoso nel mondo di noi altri grazie a quei “digestivi” meglio conosciuti come: Sambuca , Pastis, Mistrà, Ouzo, Raki , l’Arak e per i nostalgici, signori l’Assenzio!

Cumino

Cumino La parola Cumino deriva dall’arabo كمونKamūn parola collegata con la città Persiana di Kerman dove, a quanto pare, veniva prodotto per la maggior parte. Da qui l’espressione “portare il cumino a Kerman”  che significava fare una cosa inutile. (Vista la mia fissazione per la Grecia non posso non citare la versione ellenica “portare i vasi a Samo”- se non le sai le cose…salle  😉 )

La città di Kerman, nel tempo si sarebbe trasformata in “Cumin” nei linguaggi europei.

Nel cercare miti e leggende ho scoperto che durante il Medioevo- io li amo quelli lì- si credesse che  il cumino frenasse i polli, e gli amanti, dallo scappar via. Ora io mi chiedo: ma tra polli e amanti c’è un’associazione o pura casualità ? Comunque… pare che anche che gli sposi che auspicassero ad una vita felice, portassero dei semi di cumino con sé durante la cerimonia nuziale. Le popolazioni germaniche lo utilizzavano per tenere lontani i demoni della foresta e per questo lo mettevano nel pane affinché non lo rubassero.

Credenze a parte, il cumino è ricco di oli essenziali con proprietà stimolanti, carminative e antimicrobiche. Oltre ad essere digestivo è ricco di ferro e sembra sia capace nella prevenzione cancro.

Incredibile ma a quanto pare vero, cresce spontaneo in Valle d’Aosta.

Non l’ho mai piantato quindi per ora eviterei di dar consigli a riguardo. Per esperienza posso però dirvi che questa spezia è largamente usata nella cucina, sotto forma di polvere o utilizzandone i semi ed è alla base del curry. Ammetto che è una spezia dal sapore pungente che io non amo particolarmente ma è di vitale importanza per ricreare i sapori tipici della cucina indiana, spagnola, nord africana -tajine- in quella messicana – chili di carne- . Il cumino è presente in piatti greci, est-europei- goulash- ed addirittura in un tipico liquore tedesco che si chiama kümmel, insomma è una spezia super importante e va trattata con riguardo.

Cardamomo

Cardamomo

La leggenda del cardamomo è una delle più gentili quando si parla di spezie. Viene infatti considerata una spezia timida e delicata come una fanciulla, tanto preziosa da necessitare la cura delle sole donne per poter crescere e fruttificare. In India, sari colorati si confondono nei campi, mentre le mani caute di donne profumatissime raccolgono uno ad uno i baccelli di cardamomo.
Non a caso è la terza spezia più cara al mondo dopo zafferano e la  vaniglia.
Originario dell’India, Iran e Malesia fa parte della stessa famiglia dello zenzero. Leggo che veniva utilizzato per realizzare profumi dai greci e romani: dovevano sapere di bacon quindi! Almeno per me, infatti, il cardamomo ha un piacevolissimo profumo di affumicato. Se non l’avete riconosciuto sappiate che è alla base del garam masala.
Tra le sue proprietà  vale la pena sapere che l’aggiunta di solo tre semi all’interno di un piatto di legumi o verdure, basta ad evitare il gonfiore addominale. Masticarne i semi  combatte l’alito cattivo e  in ultimo ha il potere di accelerare il metabolismo.

Inutile dire che al solito esiste una leggenda che narra dei suoi poteri afrodisiaci, sarà vero?

Per quanto riguarda l’utilizzo sappiate che viene venduto all’interno del proprio baccello (vedi foto) per preservarne l’aroma, i semi sono all’interno, quindi dovete rompere la “noce” per recuperarli.

Coriandolo

CoriandoloFiori, foglie e semi, di questa spezia non si butta via niente e pensare che io al solo sfiorarla mi butterei le mani… Il coriandolo è un enigma: per alcuni è l’apoteosi del sapore che descrivono come fresco e profumato per quelli come me che, a quanto pare sono biologicamente diversi (e non sto esagerando) ha invece l’odore, no ma quale odore, la puzza delle cimici. Foglie fiori e semi compresi per me sono un repellente naturale ma pur sempre indispensabile nella preparazione di alcuni tra i miei piatti preferiti, tipo il Dhal di lenticchie!!!
Se pensate che stia esagerando sappiate che il nome coriandolo deriva dal greco “koris” che significa cimice appunto.

Ad esso sono attribuite diverse proprietà medicinali: antisettico, antispasmodico, stimolante, digestivo e carminativo ( si, si anche questo riduce la flatulenza).
Curiosità: Il succo estratto dalle sue parti verdi ha un effetto inebriante simile a quello provocato da un eccesso di vino, proprietà ricordata anche nel libro “Le mille e una notte”.

Altra curiosità che io stento a credere vista la puzza, è che da questa spezia derivano i coriandoli di carta usati a carnevale. Nel 1500  nacque l’usanza di rivestire i frutti di coriandolo con lo zucchero colorato ottenendo dei confettini che venivano lanciati in occasione di matrimoni e sfilate carnevalesche. Col tempo furono sostituiti con palline di gesso ed in fine rimpiazzati dagli odierni coriandoli. Tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli e qualcun altro ancora oggi utilizzano la parola confetti per indicare i coriandoli, proprio in ricordo dei  semi glassati tipici del Rinascimento italiano. Viva l’Italia!!!

In cucina utilizzate le foglie come utilizzate il prezzemolo mentre i semi come spezia. Io ho una bella pianta in vaso, è estremamente semplice da coltivare, basta esporla al sole, innaffiarla regolarmente e tenere in considerazione che raggiunge il mezzo metro di altezza, quindi riponetela in un vaso capiente con del normale terriccio… lontana dal naso. 😛

Vaniglia

Vaniglia

Questo splendore della natura è il baccello di nientepopodimeno che un’orchidea messicana.

Il suo nome deriva dallo spagnolo vainilla che deriva dal latino vagina ovvero guaina, baccello e nella maggior parte delle lingue la vaniglia si identifica con nomi foneticamente simili (vanille, vanilla, vanilj, wanilia, βανίλια) a differenza delle altre spezie che spesso non mantiene nemmeno la radice della parola “madre”.

La storia di questa spezia è uno di quelle che preferisco di più, infatti se il baccello è da tutti conosciuto per la sua bontà, non tutti sanno che gambo e foglie contengono un succo trasparente e irritante che provoca  delle scottature, una difesa naturale che mi meraviglia non abbia fatto desistere l’uomo dal volerla assaggiare.  Ma la parte più bella della storia riguarda la sua riproduzione. Come in una fiaba, la vaniglia si lascia amare solo dalle api melipona, delle api senza pungiglione che occupano della fecondazione necessaria per la formazione del frutto. Segreto ignorato fino ai primi del 1800 quando dopo innumerevoli fallimenti di esportazione della pianta, si trovò il metodo artificiale per la prima impollinazione del vaniller. Nel 1841 un giovane schiavo dodicenne di Bourbon ( l’odierna isola di Reunion), Edmond, mise a punto il procedimento pratico tuttora utilizzato. Il Madagascar conserva ancora oggi il ruolo di primo esportatore mondiale di vaniglia conosciuta propriamente come qualità  Bourbon o Madagascar.
Apprezzata già dai sovrani degli aztechi secondo una leggenda, la storia della pianta della vaniglia inizia a Veracruz, dove sarebbe germogliata dal ventre di una principessa totonaca dal nome Tzacopontziza, Stella del Mattino. Ella era stata destinata dal padre ad una vita di purezza consacrata alla dea della fertilità, ma si innamorò e scappò con il suo innamorato verso le montagne. Naturalmente, prima di essere in salvo, vennero catturati e decapitati e dal sangue che cadde al suolo nacque un cespuglio su cui crebbe una pianta di orchidea. Il profumo che si profuse era così incredibile da convincere tutti che  fosse l’anima dolce e pura della principessa fu così che la  pianta divenne sacra.

La vaniglia ha proprietà stimolanti ed antisettiche ma, indovinate, è molto nota anche per essere afrodisiaca.
Una curiosità: uno studio condotto sui lavoratori di vaniglia rivelò l’esistenza di una malattia professionale chiamata “vanillismo” responsabile di un incessante eccitazione sessuale.

Curcuma

CurcumaDetta anche zafferano delle indie per il suo colore giallo ocra, la curcuma (longa) deriva dalla radice di un’erba perenne che non supera il metro d’altezza, originaria dell’ Asia meridionale. Oltre che come spezia viene usata per colorare indumenti – i monaci buddisti l’hanno utilizzata per secoli per tinteggiare le loro tuniche- dalle donne indiane come trucco e dalle spose come buon augurio di felicità e fertilità.  La curcuma più che come spezia la catalogherei quale colorante per alimenti  in effetti. Masala a parte, la curcuma è largamente usata sia nei piatti asiatici che in alcuni prodotti europei che si farebbe fatica ad individuare. Vi do un indizio, cercate il codice E100 tra gli additivi naturali 🙂

Sebbene venga acclamata per uno spiccato sapore terroso, amaro e piccante,  il mio palato sembra non farci assolutamente caso, tuttavia mi lascio entusiasmare dal colore che dà ai gustosissimi piatti indiani che conosco. La curcuma è conosciuta in tutto il mondo per le sue innumerevoli proprietà curative (cicatrizzante, purificante, anti-infiammatoria…)ad onor del vero, all’estero ho sempre scelto piatti conditi con la curcuma quando dubitavo sulla pulizia del posto, pienamente fiduciosa circa le sue proprietà antisettiche: non mi ha mai tradita!

Paprika

Paprika

A differenza di ciò che si può credere, la paprika non è una varietà specifica ma è una polvere che si ottiene dall’unione di diverse varietà di Capsicum annuum , una specie di peperoncino che comprende un gran numero di varietà più o meno piccanti. Detto questo, va chiarito che non si tratta di semplice polvere di peperoncino ma  è il risultato del lavaggio, taglio, mondatura ed essicazione della suddetta specie, in particolare durante la mondatura il peperoncino viene privato della placenta con i semi annessi…. sentite voi stateci!

Questa miscela è originaria del Messico ma è diventata la spezia tipica dell’ Ungheria, una leggenda narra addirittura che fu una contadina ungherese scappata dall’harem di un pascià turco, dove si coltivavano questi peperoncini, ad insegnare ai contadini del suo villaggio come lavorarla.

Una paprika di buona qualità non deve avere un elevato colore rosso ma una buona piccantezza. Rappresenta un ingrediente fondametale  in piatti come il gulasch o che si richiamano alla tradizione zigana.
Tra i vari tipi di paprika vale la pena nominare la più delicata Különleges, finissima e di colore rosso vivo e Erös paprika,  fra le più piccanti, dal colore marrone e macinata grossolanamente. In ogni caso, la paprika deve essere conservata in recipienti al riparo dalla luce e consumata velocemente perché tende ad assumere un sapore stantio.

Chiodi di garofano

Chiodi di garofano

Faranno parte della famiglia dei garofani vi direte compiaciuti ed invece NOoo! Il nome deriva solo dal fatto che assomiglino al fiore del garofano, i chiodini in realtà sono i boccioli essiccati di un’albero, Eugenia caryophyllata, appartenente alla famiglia delle Myrtaceae (per intenderci ne fa parte anche l’eucalipto) che cresce nelle Molucche  (isole indonesiane), nelle  isole Reunion, Antille, Madagascar e Zanzibar.                 La  prima testimonianza archeologica, risale al VI secolo, quando fu rinvenuta in Alsazia (FR), in una tomba, una piccola scatola d’oro che racchiudeva due chiodi di garofano. Il mito di questa pianta crebbe al punto che in pieno Medioevo una manciata di chiodi valeva mezzo bue o un montone.

Addirittura Dante la nomina nell’inferno a testimonianza della sua conclamata preziosità.

Arrivò in Europa tramite la via dell’incenso  e venne subito riconosciuta per i suoi svariati pregi. Pare che Mandarini che amministravano le province dell’Impero cinese durante l’epoca Ming,  prima di rivolgere la parola all’Imperatore o di recarsi ad un incontro amoroso, usassero tenere in bocca qualche chiodo di garofano per profumare l’alito.

Nel 50o erano considerati così potenti come afrodisiaci, che agli appartenenti a vari ordini monastici ne fosse addirittura proibito l’uso.
Questa spezia ha i valori antiossidanti più alti in assoluto e viene usata fin dai tempi dei romani come antidolorifico per i denti e antisettico
Inserendo i chiodi di garofano in un’arancia si ottiene un’alternativa alla canfora nella lotta contro le tarme, questa tecnica venne adottata a Napoli per la preparazione di pastiglie contro la peste.

Qualunque sia la sua “magia” resta vero che si tratta di una spezia profumatissima, dalle note calde, pepate e dolci, usata in cucina sia nella preparazione di dolci che in quella di piatti salati. I chiodi di garofano sono ottimi con carni bianche, formaggi, verdure dolci, cipolle, tisane e caffè speziati. Nel Nord Italia è usata per la preparazione del vin brulé, del panpepato o della mia buonissima marmellata di cipolle.

Cannella

Cannella

Quando ho iniziato a ricercare le informazioni su questa spezia non credevo mi sarei imbattuta in tante storie. Probabilmente avrei dovuto darle un posto d’onore vista la sua fama.
Vengono comunemente chiamate cannella piante diverse ma quelle più frequentemente usate come spezie sono la cinnamomum aromaticum, meglio conosciuta come Cassia, di origine cinese (prodotta in Vietnam, Sumatra ed Indonesia) con un aspetto rugoso, spessa e giallastra, di qualità inferiore e aroma meno pronunciato, insomma una sorella sfigata della cinnamomim zeylanicum, la più costosa. La regina (viene chiamata proprio così) arriva dallo Sri Lanka, è marroncina, liscia, molto fine e dall’aroma pepato e caldo. A differenza delle altre spezie, si ricava dal fusto dell’albero dai ramoscelli privati del sughero, il risultato è una pergamena arrotolata, tipo una cannuccia color nocciola, da qui il nome cannella in italiano, che va sbriciolata al momento dell’uso. Nella foto vedete la versione in polvere che come nel caso del bastoncino, va conservata in un contenitore di vetro, lontano dal calore e dalla luce del sole, paradossale se si pensa che è una spezia calda e considerata divina al pari della Mirra e dell’incenso fosse consacrata al sole. Proprio come il sole, nei momemti bui dell’esistenza, in quelli di tristezza, solutudine e paura può essere un elisir. Le si attribuiscono poteri antidepressivi ed euforizzanti, attima per restituire energia quando mente e corpo sono asausti e aiuta la concentrazione.
Greci e Romani, credevano che la cannella arrivasse dall’Arabia e dall’Etiopia. Erodoto racconta che la cannella nascesse in un lago sulle cui rive erano apollaiati migliaia di uccelli, simili a pipistrelli, che ne erano i guardiani.
Storie rocambolesche su quanto fosse difficile procurarsi la cannella, furono raccontate dagli Arabi ( furono loro a portarla dall’Asia all’Egitto) per giustificarne il prezzo, si raccontava che dovessero ingegnarsi affrontando pericoli incredibili per rubarla dal nido da grandi volatili che la portavano da terre lontane. Plinio il Vecchio racconta che 350 gr di cannella costasse quanto 5.000 gr di argento! Nel Medioevo era un dono che i nobili portavano a a re e regine. Sparsa su pietanze dolci e salate nelle cucine di corte, divenne l’ingrediente sia della famosa salsa “camellina” (ricetta del Taillevent), sia delle “verte souce”, citata nel ricettario di re Riccardo II d’Inghilterra.
Trovo molto curioso come secoli fa, in tutte le culture, s’impiegassero le spezie per scopi importanti e che poi, “magicamente” abbiano perso il loro ruolo per essere impiegate solo per solleticare il palato. Trovo ancora più curioso, il fatto che solo di recente, si stiano spendendo soldi per “scoprire” quali importanti benefici si celino dietro delle insospettabili spezie.
Citata nella Bibbia, dai Cinesi, dalla meedicina Ayurveda, si narra addirittura che la fenice lo usasse insieme alla mirra e al nardo per il fuoco magico nel quale rinasce.
Insomma, gli Egizi la utilizzavano per l’imbalsamazione, non certo per profumare i defunti ma per le proprietà antibatteriche e di conservazione dunque perchè, solo di recente, le università ne stanno parlando?
Ha un potere antiossidante tra i più elevati in assoluto, circa 62 volte più potente di una mela. Ha una storia millenaria, usato contro le freddature, come antibatterico e antispastico, scientificamente riconosciuto oggi per abbassare colesterolo e trigliceridi nel sangue. Antisettico sui disturbi apparato respiratorio, antimicotico e aggressivo contro alcuni batteri dell’apparato urinario. Potrei andare avanti per ore a scrivere sui meravigliosi ma veri impieghi di una spezia che per anni ci hanno fatto credere fosse solo per insaporire mele e dolci alla frutta, ma non è questo il luogo 😉
Allora concludo col dirvi che se in occidente è famosa per il suo impego nei piatti dolci, i Creoli la utilizzando anche in quelli salati come le carni affumicate, vista la storia magari è il caso di provare 😛

Noce moscata

Noce moscata

Il nome moscata deriva da Mascate (capitale dell’Oman), il luogo dove ne iniziò il commercio, si tratta del frutto della Myristica fragrans, un grande albero delle isole Molucche, in particolare dall’esemplare femmina dell’albero.
Plnio parla di un albero con dadi in due gusti infatti, dal frutto si ricava la noce moscata, che sarebbe il seme decorticato ed il macis, la parte che avvolge il seme, una sorta di membrana rosso corallo che conserva lo stesso sapore delle noce moscata, piccante e caldo ma con note più delicate.
Agli inizi del Settecento, per le sue caratteristiche di antisettico fu considerato come rimedio per oltre cento malattie. Attenua nausea, vomito e diarrea, mentre il burro è efficace per uso esterno contro i dolori reumatici e nevralgici. Migliora la digestione, incrementa i movimenti  intestinali e favorisce il flusso biliare.
La noce moscata ammaliò il mondo e per oltre 200 anni, è stata al centro di intrighi tra gli stati europei .
Basti pensare che gli olandesi condussero una sanguinosa guerra, tra cui il massacro e la riduzione in schiavitù degli abitanti dell’isola di Banda, per controllare la produzione di noce moscata nelle Indie Orientali. Nel 1760, il prezzo di noce moscata a Londra era da 85 a 90 scellini per libbra, un prezzo mantenuto artificialmente alto dagli olandesi bruciando, ad Amsterdam, i magazzini pieni di noce moscata. Il controllo olandese delle isole delle spezie si protrasse fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Monopolio che terminò quando il francese Pierre Poivre trasportò alcune piantine a Mauritius.
Ho visto la mia prima noce moscata a Grenada, dove ne è addirittura il simbolo nazionale ben evidente sulla bandiera. L’aria di quest’isola è profumatissima, ammaliante direi, grazie agli alberi carichi di fiori e frutti. La noce moscata arrivò nelle Indie Occidentali (anche a Penang, Singapore, India, Sri Lankaqui) grazie alla British East India Company.
Nei secoli il suo ruolo crebbe, passando da farmaco a filtro d’amore potentissimo, a droga allucinogena nel Novecento, quando prese il nome di stupefacente dei poveri. Dosi superiori ai 2-8 grammi possono essere dannose per l’organismo, gli effetti allucinogeni sono simili a quelli dell’ LSD. Se siete curiosi visitate questa pagina, c’è un articolo molto interessante a riguardo.
In cucina la noce moscata viene impiegata per insaporire besciamelle e budini, nella nostra cucina viene messa anche nei ripieni dei tortellini, ravioli e cannelloni.
Piccolo consiglio, anche se in commercio potete trovare la noce moscata in polvere, acquistate sempre le noci intere che grattugerete all’occorrenza se volete che la sua fragranza rimanga inalterata.

Sesamo

Sesamo

Si tratta dei semi di una pianta erbacea dai fiori bianchi, proveniente dall’India orientale e dall’ Africa. Ad oggi l’unico produttore europeo è la Grecia che ne fa un largo utilizzo nella preparazione di dolci e pane. a dire il vero negli anni 60 anche in Italia fu coltivato ma non si riesce a capire perchè poi non abbiamo continuato.
Ne esistono due varietà, quello nero più raro ed il bianco facilmente reperibile, entrambi con proprietà simili.
La parola sesamo deriva dal latino sesamum, ma l’etimologia viene fatta risalire agli assiri, più esattamente ad un loro mito che racconta che gli dei bevvero del vino di sesamo la sera prima creassero la terra.
Sesamum indicum significa sesamo dell’India, dobbiamo quindi spostarci in India per scoprire il vero nome. Nel Nord dell’India ci sono due nomi differenti per il sesamo: in Sanscrito ‘tila’, ed in Hindi/Urdu ‘til’. Mentre nella maggior parte delle lingue dravidiche ( le circa 85 lingue parlate principalmente nel sud) il sesamo viene denominato “Ellu” e ” Nuvvulu”.
Posso chiaramente sentire riecheggiare un “esticazzi” corale ma proprio non posso tenere tutto per me 😉
Anzi sapete cosa vi dico?  “In tilon mein teil nahee” prrrrrrrrrr
Proprietà: si parla del seme con la più grande fonte di calcio in natura, in 100 gr è racchiuso 100%  Rda. Sempre il sesamo è fonte di fosforo, magnesio, ferro e proteine, manganesio, zinco, acido folico e selenio, oltre ad essere ricco di acidi oleici che contribuiscono a ridurre i livelli di colesterolo “cattivo” (LDL) e ad incrementare quello “buono”(HDL).
Sarà per questo che Nella mitologia Hindu il dio Yama ( dio della morte) benedisse i semi di sesamo che vengono considerati simbolo di immortalità.
Si suppone che questo seme abbia avuto origine quando le gocce di sudore che colavano da Vishnu (Conservatore dio) caddero a terra. I semi sono inoltre simboleggiati come Lakshmi, consorte di Vishnu e dea della prosperità.
Nella letteratura e nella medicina tamil si parla del sesamo e si descrivono le benefiche proprietà del suo olio, che secondo alcuni rituali Indù sarebbe in grado di “smorzare” gli effetti nocivi di Saturno.
Pare che attualmente i semi di sesamo riscuotano un certo successo in alcune pratiche Wicca (una religione appartenente al movimento neopagano , la fonte di wikipedia parla di un aderenza stimata trall’uno ai due milioni in tutto il mondo!)
L’olio che si estrae dal sesamo è di ottima qualità e trova impiego, nell’industria cosmetica, farmaceutica, veterinaria ( per uccidere alcuni parassiti sulla cute) oltre che nell’industria alimentare. Ottimo ricostituente per le piastrine del sangue e l’emoglobina; utile per la milza, sistema nervoso, muscoli, pelle, ustioni. I semi e l’olio di Sesamo hanno proprietà eccezionali, addirittura viene usato come integrazione nell’alimentazione dei bambini la cui crescita è inferiore alla norma.
Sesamo per me significa cibo: tahine, halva, humus, impanatura, falafel e pane.

La verità è che avrebbe potuto essere sconosciuto e fare anche male, io l’avrei mangiato lo stesso. 🙂

Zenzero

Zenzero

Lo Zingiber officinale è una pianta erbacea perenne (fa parte della stessa famiglia del cardamomo)originaria dell’Asia orientale. Il maggior produttore di questa spezia è l’India che ne fa largo uso nella sua profumatissima cucina. Il nome Zingiber deriva dall’indiano Zingibil ma, a seconda del paese ove viene coltivata, la pianta ha tantissimi nomi volgari; secondo alcuni etimologisti l’origine del nome Zingiber deriverebbe dall’Arabo Zind-schabil, che significa radice e diciamo che i conti tornano, lo zenzero in effetti altri non è che il rizoma tuberoso della pianta.
Questa spezia viene utilizzata in cucina per il suo aroma particolarmente piccantello e fresco e anche per aiutare la digestione che in effetti, in alcuni piatti tipici della cucina asiatica, viene spesso messa in grave difficoltà 😛 Ignoravo invece che In Inghilterra viene utilizzato nella realizzazione delle birre, quindi vi anticipo che porrò rimedio a tale lacuna procedendo nell’assaggio nel mio prossimo viaggio in quei di Londra
Tanto per cambiare leggo che nella medicina araba è considerato afrodisiaco e che alcuni popoli dell’Africa ritengono che mangiare regolarmente Zenzero preservi dalle punture delle zanzare. Inoltre per uso esterno viene sfruttato per fare cataplasmi contro i reumatismi e nelle odontalgie: il primo col mal di denti mi faccia sapere mi raccomando!
Studi recenti infine hanno confermato diverse proprietà di questa radice: contro la dispepsia, il mal d’auto, mal di testa, gastrite, la nausea, il vomito in gravidanza e come antispasmodico. La sua attività antinfiammatoria viene sfruttata anche per preparare colliri dalla grande capacità decongestionante, utile in moltissimi casi di infiammazione oculare.
Se continuo di sto passo mi laureo in stregoneria, mi ci vedo con il cappello a punta- c’è poco da immaginare, ce l’ho e ho avuto anche il coraggio di uscirci per un lungo periodo!-
Ma torniamo in cucina… In commercio potete trovare lo zenzero essiccato in polvere, quello nei barattoli sotto aceto (credo) o nel reparto ortofrutticolo bello fresco. Naturalmente vi invito ad acquistare quello fresco che potrete utilizzare al meglio. Dovrete conservarlo in frigo meglio se in un sacchetto di carta e vi durerà per una decina di giorni anche di più se eliminate eventuali parti ammuffite. Se siete vegetariani, con l’ebollizione, potete utilizzarlo per la coagulazione del latte al posto del caglio di origine animale.
La prima volta che ho assaporato il suo aroma è stato in Inghilterra con il mio primo Ginger Ale, da allora ho atteso il giorno di poterlo trovare nei nostri mercati e quando l’ho visto finalmente è diventato un ospite fisso nel mio frigo. Fatene tisane, curry, zuppe, utilizzatelo con il pesce ed i crostacei, incorporatelo nei dolci o semplicemente aggiungetelo alle bevande fresche: lo amerete.

Pepe

Pepe lungo

“E’ la dose che fa il veleno” diceva Paracelso, grande medico, alchimista e astrologo del Rinascimento, eppure ogni anno continuano a sfilare novità sui presunti benefici o malefici derivati dall’assunzione di alimenti che vantano, per certo, più anni del “dietologo/vipologo” di turno.
Sempre più comune è la falsa convinzione che il pepe faccia male, è infatti noto come generazioni di romani e napoletani siano crepate a causa dell’alto consumo di maccheroni cacio e pepe e impepata di cozze. La mia domanda è: ma i nostri nonni erano tutti degli stupidi?
Visto è considerato che io sono cresciuta con i suddetti piatti e che pur mettendo il pepe anche nel naso godo di buona salute vado contro corrente e mi auto eleggo madrina del pepe.
Ma cos’è il pepe e qual’è la differenza che passa tra un colore e l’altro? Bene, il pepe nero, verde e bianco sono il frutto della stessa pianta erbacea arbustiva e rampicante chiamata Piper Nigrum – Fam. Piperaceae- la differenza che passa tra i vari colori sta nel trattamento. Il pepe bianco si ottiene dal frutto che viene messo a bagno nell’acqua per una settimana ed in seguito essiccato, il verde, come il nero, si ottiene dal frutto acerbo ma viene poi trattato con il diossido di zolfo in modo da fargli mantenere il suo colore verde. Per pepe grigio invece si intende di norma, il mix del pepe nero ed il pepe bianco ma può essere anche il cubebe, bacche della pianta Piper cubeba conosciuto come pepe di Giava dal sapore simile al pimento.
Il pepe lungo invece si ricava dalle bacche della pianta del Piper Longum; il gusto è molto simile a quello del pepe nero, entrambe le piante sono originarie dell’India.
Molto,molto conosciuto fin dall’antichità, basti pensare che fu trovato un grano di pepe nella narice del corpo mummificato del faraone Ramesse II deceduto nel 1212 a.C., il pepe venne denominato addirittura oro nero ed utilizzato come moneta di scambio grazie al suo valore commerciale.
Il pepe rosa? Il pepe rosa non è pepe ma gli assomiglia nell’aspetto , il pepe rosa è il frutto di una albero sempreverde chiamato Shinus molle, originario dell’America Latina.
Pepe bianco, pepe nero, pepe verde, pepe rosa e pimento formano insieme la miscela creola.
Il pepe nero è composto per il 10 % circa da acqua, da proteine, grassi, sali minerali tra cui citiamo il calcio, il sodio, il potassio, il ferro ed il fosforo. Tra le vitamine sono presenti la vitamina A, la tiamina o vitamina B1, la riboflavina ( B2 ) e la niacina ( B3 ). E’ inoltre presente una percentuale di amido (40 al 48 %) ed una percentuale media di piperina che si aggira sul 6%. La piperina è la sostanza che da al pepe nero il suo caratteristico sapore, responsabile della termogenesi e per questo utilizzata in molti prodotti dimagranti, pensate che può aumentare fino al 10 % in più le calorie bruciate dal corpo ed è efficace contro la ritenzione dei liquidi.

Da una piccola ricerca che ho fatto sembra che basterebbe usare una presa di pepe a pasto anche a colazione su una bella fetta di pane e miele, per essere aiutati durante una dieta, ma ATTENZIONE perché il pepe è sconsigliato a chi ha problemi di stomaco come ulcere, gastrite e reflussi.

Concludo col dirvi che tra le tante leggende che circolavano nel Medio Evo, ve n’è una che narrava che il pepe fosse raccolto dalle scimmie poiché il posto ove cresceva era infestato dai serpenti, in seguito si raccontò che il colore bruno fosse dovuto al fatto che i coltivatori, costretti a scacciare con il fuoco i numerosissimi serpenti, finissero per bruciacchiare di conseguenza le bacche che assumevano così la caratteristica forma ed il colore. ;P
Un consiglio: macinate il pepe solo al momento dell’uso in quanto con la macinazione i suoi principi tendono a volar via.

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6 commenti su “Spezie\spices\epicès\especias\μπαχαρικά

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