Intervista a Gabriele Santoni ed il suo “AUT-AUT”

Parlando di libri e sogni non posso fare a meno di pensare ad un amico, che coraggioso e caparbio come solo un sognatore può essere, si sta facendo spazio nel mondo. Un mondo di pensieri, parole ed emozioni, che vaga in un universo generato dal caos interiore che spinge il suo abitante a cercare una collocazione reale, su una terra molto difficile da afferrare per le sue strane regole, leggi non scritte e compromessi.
Scrivere un libro richiede tempo, fatica e coraggio. Coraggio di mettersi in gioco, di rivelarsi ad un pubblico che può essere talvolta molto critico nei confronti di uno sconosciuto, di un novellino direi, eppure se solo si pensasse che un libro non nasce dal getto feroce di una penna, ma dall’attenta osservazione, dall’auto critica, dall’analisi forse si smetterebbe di trattare con tanta leggerezza un nome solo perchè non lo si conosce.
Un libro può essere il risultato di una lunga lotta tra l’amore per ciò che si fa e l’autodifesa. Un libro è spesso ciò che rimane di un cumulo di fogli sottolineati, corretti e strappati via. Un libro può essere follia.
E allora eccomi qui, difronte una tazza di tè a parlare con un amico che ci ha messo l’anima in questa “follia” , ve lo presento io Gabriele Santoni , lo scrittore di AUT-AUT.

Quanti anni hai?
Ho trentacinque anni.

Quando hai iniziato a scrivere e perchè?
Ho iniziato a scrivere di cronaca per un giornale locale, subito dopo il diploma, ma sono sempre stato un lettore vorace. Sapevo che prima o poi avrei provato ad affrontare la narrativa, così nel 2008 ho iniziato a scrivere i primi racconti.

Il tuo libro preferito?
I miei libri preferiti sono tanti e soprattutto ognuno di loro ha segnato un particolare momento della mia vita. Potrei indicarne qualcuno come “Cent’anni di solitudine” nel periodo sudamericano, “Indignazione” nel periodo statunitense e sicuramente “Canale Mussolini” nel periodo italiano.

Sono stati d’ispirazione per la tua scrittura?
I libri sono distillati dell’autore, sono convinto di questo. Tutto condiziona la scrittura. Quello che leggi è importante, imprescindibile. Ma la vita di tutti i giorni è fonte ben più autorevole.

La mia immagine di scrittore prevede un mucchio di fogli stracciati ovunque e un piccolo uomo, lontano dal tempo che passa, animato dal raptus di fissare tutto quel caos su un foglio bianco: tu che tipo di scrittore sei?
Ho bisogno di scadenze, di sapere che entro una certa data devo consegnare una parte del lavoro. La mia creatività va forzata, anche perchè per vivere faccio altro e la scrittura devo incastrarla nelle nicchie della giornata. Sì, scrivo abbastanza di getto e al pc. Di solito ho ben chiaro quello che andrò a scrivere, ma al momento che metto le dita sulla tastiera, la storia si impossessa di me e i personaggi mi portano da tutt’altra parte.

Cosa fai nella vita?
Nella vita faccio il lavoro che ho sempre sognato, sono fortunato in questo. E ho raggiunto una serenità tale che mi consente di dedicare molto tempo alla scrittura.

Credi sia possibile vivere di libri? Se fosse possibile lo faresti?
Vivere di libri? Certo che è possibile, in Italia ci sono esempi eccellenti.
E’ molto difficile, dipende da tanti fattori, anche se, va detto, il fatto che uno viva scrivendo non significa che quello che scrive sia di qualità. Si scrive perchè qualcuno ti legga, non perchè qualcuno ti paghi.

A cosa pensi quando scrivi? Come crei i tuoi personaggi? Ne rimani distaccato o hai bisogno di viverli uno ad uno?
Non è possibile distaccarsi completamente dai personaggi. Le storie sono ovunque e uno scrittore è solo una persona che le visualizza prima degli altri. Questo vale anche per i personaggi. Sono lì, aspettano solo che qualcuno li noti e li renda visibile agli altri. Io sono stato fortunato ad incontrare Matteo, Enrico e gli altri personaggi del mio romanzo. Avevano qualcosa da dire e attraverso Aut Aut l’hanno fatto.

Senti di avere un libro in attesa di essere scritto o lo stai cercando?
In questo momento ho la testa completamente vuota, mi sto impegnando nella promozione di Aut Aut che mi prende molto spazio. Ma so che prima o poi sentirò la necessità di tornare sul foglio, perchè quando la storia che hai creato non è più solo tua, ma diventa anche degli altri, è naturale la ricerca di un posto nuovo e sconosciuto nel quale creare qualcosa. E quel luogo per me è un foglio bianco.

Perchè questo libro?
Questo libro perchè era necessario che qualcuno prima o poi lo scrivesse. Oltre all’aspetto narrativo, è un romanzo “di servizio”, nel senso che vuole mettere le persone che non appartengono alla mia generazione difronte alle scelte che noi ci troviamo ad affrontare quotidianamente. Nei confronti del mercato del lavoro, ma anche nei rapporti interpersonali, verso la morale, il rigore, i principi. Mi sono chiesto questo: è giusto che oggi per sopravvivere uno debba mettere da parte tutto quello in cui crede? mi sono trovato difronte a un Aut Aut, per questo l’ho scritto.

So che pubblicare un libro è molto difficile, qual’è stata la tua esperienza? Trovi sia stato più difficile scrivere il libro o pubblicarlo?
Non è facile pubblicare un libro, non è facile nemmeno trovare un editore disposto a leggerlo il tuo libro. Io ho scelto la strada dei concorsi ed è quello che consiglio a chi vuole provarci. Ho partecipato a diversi concorsi per racconti vincendone qualcuno. L’editore mi ha notato, mi ha invitato in redazione per parlare dei miei progetti, della scrittura in generale. Io sono piaciuto a loro, loro sono piaciuti a me e ne è scaturito un contratto per la pubblicazione di un romanzo che non avevo ancora scritto.

Spesso scelgo un libro in base ad una frase, ti va di condividerne una estrapolata da Aut Aut?
“…la vita, a occhi chiusi, la si vede meglio. Come i ciechi. Perche´ negli occhi scorrono le illusioni, le ambiguita`, l’ipocrisia. Perche´ attraverso gli occhi passa la corruzione che atrofizza la possibilita` di scegliere”.
Questa frase racchiude secondo me il senso del libro, infatti la si ritrova nell’ultimo capitolo.

Se fossi uno dei tuoi personaggi chi saresti o chi vorresti essere?
Non mi sento nessuno dei personaggi, ma mi sento il romanzo nella sua totalità. In quelle pagine ci sono io, i miei pensieri, le mie paure, le soluzioni. C’è la mia esperienza, le mie illusioni. Chi mi conosce mi rivede in ogni pagina.

Lo dedichi a qualcuno?
Il libro, nell prima pagina, l’ho dedicato a Guido Di Vito, che è stato il direttore del giornale per il quale lavoravo tanti anni fa. Una persona speciale, un grande maestro, non solo di giornalismo.

Fatti una domanda alla quale vorresti rispondere
Mi faccio una domanda… nel romanzo si parla di scelte, quelle che ha operato Gabriele sono state tutte giuste? rispondo parafrasando uno dei miei artisti preferiti: lo scopriremo solo vivendo.

Sulle note di questa canzone è immancabile un tuffo nel passato e mi viene da sorridere rivedendo questo mio amico, camminare per le strade polverose di Tanà (Antananarivo) dove la gente viveva di una povertà dignitosa, rivedo Gabriele al tavolino di un bar dell’Havana, sorseggiando un refresco con i suoi libri più cari ed una chitarra che aveva portato in dono ad un musicista “senza corde” ma colmo di gioia nel fare quello che amava: cantare!
Rileggo quest’intervista ancora una volta e le parole assumono un significato diverso ed emozionante, carico di ricordi e quasi lo posso vedere adesso, quel ragazzino curioso, col suo zaino di sogni, diventare uomo in un mondo da scoprire, capire e raccontare.

Buon viaggio Gabriele.

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