Noi, 14 kg sulla schiena e l’India attorno episodio 2

06 feb 2013


La notte in qualche modo è trascorsa pur avendo rischiato il soffocamento nel sacco a pelo. In una vita passata spero di non essere stata un baco! Con  Ale ci siamo lanciate alla ricerca di un caffè, rigorosamente senza latte per evitare spiacevoli conseguenze, credo che dovremmo praticare la lingua perchè il caffè è arrivato con la ricotta ;(

Appena fuori dell’hotel ci imbattiamo in quella che sembra una gara a chi carica il turista: taxi, ape Piaggio e addirittura risciò si offrono di condurci al famigerato Golden temple, unica ragione per la quale ci ritroviamo a 10 ore dalla prossima meta.
Le tariffe che all’inizio sembravano essere tutte uguali, iniziano a scendere vertiginosamente,cosa che mi fa capire che ci sarà da faticare per ottenere il vero costo degli spostamenti. Decidiamo comunque di procedere a piedi nonostante, voltato l’angolo, ci ritroviamo in una realtà ben più caotica di quella immaginata. Una baraonda di motorini, biciclette, auto e persone ci travolge, fatta eccezione per le mucche che imperterrite rallentano il nostro avanzare a zigzag. Superato il caos iniziamo a guardarci attorno…. La città è ciò che rimane del passato, nessuna nuova costruzione si affaccia per le strade che percorriamo per circa mezz’ora.

Attenzione mucca!

Attenzione mucca!

Le vie pullulano di gente, tutti uomini e qualche bambino che estremamente sorpreso dal vedere queste 4 donne bianche (a quanto pare le uniche) inizia a darci il tormento per qualche regalo.
” Madame rupie, madame rupie” urlano danzando sui nostri piedi per poi passare alla richiesta di cioccolata o qualsiasi leccornia gli viene in mente. “Ok, next time! ” ridono e se ne vanno guardando un anziano alle prese col suo carretto di frutta.


Il nostro viaggio termina davanti una pensilina ghermita di uomini che si tolgono le scarpe. “Ci tocca” penso, ma spero che per noi ci sia un piano B, speranza che svanisce dopo pochi secondi quando un fedele, vedendo la nostra espressione titubante, ci invita a lasciare le scarpe. Con la faccia imbronciata levo scarpe e calzini ma mi lego il tutto al collo per evitare di essere derubata. Purtroppo i miei preconcetti tardano a lasciarmi e proprio non mi fido di abbandonare le uniche scarpe che ho portato. Mi meraviglio io stessa di questo pensiero ma forse è la paura di constatare che anche qui non siamo al riparo dai malintenzionati che mi impedisce di abbassare la guardia. Temo decisamente che la mia antica idea di un India immune al puro materialismo scompaia assieme alle mie scarpe.
Mi faccio coraggio ed insieme calpestiamo a piedi nudi il tappeto di paglia zuppo d’acqua (spero) che ci conduce, per quelli che a me sembrano km, all’entrata del Golden temple. Sollevata dalla fine di questa prova di forza tra i miei piedi, il tappeto e tutto quello che sto calpestando, mi ritrovo un dito indice in faccia che ci fa segno di tornare indietro perchè le scarpe qui non ci posso entrare nè ai piedi nè al collo…..fiscalissimiiiiiiiiiiiiii accidenti. Ma dietro quel dito intravedo il tempio, bellissimo, eterno che sembra invitarci e mi ritrovo a consegnare le scarpe quasi di corsa tanta è la voglia di entrare.

La visione

La visione

Copriamo il capo con i foulards e finalmente ci siamo: il Golden temple, dove l’India si ferma a pregare. Il caos resta fuori da qui, tutto improvvisamente si ferma. Davanti i nostri occhi uno degli atti religiosi più gentili e sentiti cui abbia mai assistito. Un padre tiene al petto il suo bambino che dorme, non lo sveglia ma stringendolo tra le sue braccia lo porta al suolo per fare l’inchino a quel luogo sacro. Padre e figlio insieme in un unico abbraccio, sullo sfondo un fiore di loto capovolto si colora d’oro sotto i raggi del sole, un lago sacro con le sue carpe e le prime donne indiane, avvolte nei loro sari colorati che sembrano essersi materializzate dal nulla.
Io dondolo, dondolo nel tepore di un’atmosfera rarefatta, mi emoziono, il mondo scompare e divento leggera leggera difronte ad un’immagine che mi entra dentro, dritta nel cuore.
Un canto spirituale si diffonde in tutti gli angoli di questo luogo di pace ed io mi ritrovo con i piedi nelle acque del lago in meditazione, giusto il tempo di sentire la voce di Roby che mi intima di uscire con le gambe incrociate. ” Ma che vor di con le gambe incrociate? Roby ce le ho incrociate!! ” Mi volto e non vedo la Roby ma un Sikh, alto forse 1 metro e 90 che mi fa risalire tutta di un balzo. “Mo m’arrestano” e penso alle guardie svizzere e a come si comporterebbero nella stessa situazione se io fossi la cretina di turno che tocca l’intoccabile a San Pietro e Paolo. Ammetto di essere seriamente impaurita quando si parla di leggi religiose. Mi scuso, sono pronta al peggio, ma niente, lui mi sorride (un piccolo sorriso) e mi invita a continuare a fare quello che stavo facendo ma lontana dalle acque sacre. – Questa è compassione!!!-

Forse avrei dovuto capire

Forse avrei dovuto capire

il loto girato

il loto girato

 

 

 

 

 

Il tempio è aperto a tutti, a tutte le religioni a patto che si rispetti il loro culto e non è solo un modo di dire, qui dentro ti senti ben voluta. Qualche donna addirittura ci chiede di fare una foto insieme. Loro coloratissime, noi stravolte, loro ridono e traspare la completa assenza di malizia, io le guardo, penso alle mie scarpe e so che le ritroverò esattamente lì dove le ho lasciate.

Sorrido e- click- fermo immagine!

Fermo immagine

Fermo immagine

 

 

pace

pace

To be continued….

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Noi, 14 kg sulla schiena e l’India attorno 1 episodio

 28 febbraio 2013

E’ doveroso iniziare con la premessa che quanto di seguito riporterò non vuole essere in alcun modo una verità assoluta ma il mio punto vista, la pura percezione dei fatti di una viaggiatrice che non

è munita del Santo Graal ma di quello che reputo un terzo occhio sprovvisto di grandangolo se capite cosa intendo… a voi che leggete chiedo di documentarvi sui fatti tenendo a mente, se possibile, che quello che scriverò è affetto dal mio pensiero e dalla mia personale esperienza di vita.

04 febbraio quasi 05  Nuova Delhi

Siamo appena arrivate, praticamente catapultate nell’auto che ci attendeva da tempo con alla guida un silenzioso Dan o Dahl come continua a chiamarlo Roby, confondendo il nome con una tipica zuppa indiana.

Il pick up è adornato da confortevoli tappetini indiani e pezzi di cartone sotto i piedi. Dan non proferisce parola, forse è timido o solo stanco, forse non è a suo agio con 4 donne occidentali. Siamo provate dalla nottata passata in bianco tra aerei e aeroporti ghiacciati. Le ragazze crollano, io osservo il cielo pesante, quello che vedo non sono solo nuvole… il cielo è marcio, l’aria è marcia, le strade sono marcie e sono marci anche gli occhi delle persone che vedo immobili sui bordi di macerie di plastica ad osservare le macchine che passano attraverso altre macchine.

“Dan si può fumare? ” 4 sigarette accese, più tardi saranno 5 , una rollata per Dan che continua a non parlare mentre guida come Schumacker, dibattendosi come una pallina in un flipper tra allegrissimi camion che ci avvisano di suonare se nn vogliamo essere schiacciate.

in viaggio verso Amritsar

in viaggio verso Amritsar

Per le strade, come gatti, le vacche si godono la loro intoccabilità rallentando per un attimo questo traffico in festa. L’impressione è che qui le leggi fisiche non trovino applicazione. Dopo circa 29 ore dalla nostra partenza ecco il primo contrattempo. Siamo ferme nel mezzo del nulla, presso quello che sembra essere un venditore di patatine a cercar di scoprire perché il nostro pick up non vuole saperne di continuare il viaggio. E’ tutto il giorno che allegre compagnie ci spingono in retromarcia per convincere il nostro mezzo a ripartire, ma ora è definitivamente spento. Un turbante nero, una tunica verde, una faccia paciocca e 4-5 sorrisi bianchissimi si alternano nella visuale che ho del vano motore. Se la ridono di gusto, staccando fili improbabili alla ricerca di quello giusto per circa 3 ore. T è acciambellata sul sedile anteriore, Roby come un ghiro mi cinge per non sentir freddo, io e Ale ce la fumiamo e nel mentre il volante è andato… “Direi che neanche questo è il problema” sembra dire divertito uno dei nostri meccanici improvvisati. Ci alterniamo in strada alla ricerca di una spiegazione che non arriverà, un mendicante si intrufola in questo teatrino che sembra diventare sempre più comico e ci osserva, come hanno fatto praticamente tutti dal nostro arrivo, incuriositi probabilmente dalla nostra presenza in un luogo così distante dall’ occidente. O forse, e questo mi sarà rivelato solo poi, non è visto di buon occhio il nostro fumare in pubblico!

Le prime sensazioni sono di stupore, non ho ancora visto nulla di obbiettivamente bello, ma l’atmosfera è incoraggiante.

Si riparte, la batteria è stata messa al suo posto a suon di pugni e gridolini di vittoria. Dan è decisamente più rilassato, viene fuori solo ora che eravamo sprovvisti di abbaglianti, a quanto pare di vitale importanza per segnalare alle migliaia di camion in orari notturni ( è passata mezza notte) che dobbiamo sorpassare.

Arriviamo ad Amritsar alle 0200 di notte, per strada ci sono dei Sikh  armati che cortesemente ci indicano l’hotel che Dan pronuncia “grdodò”, pur non convincendoci sulla comprensibilità della sua informazione arriviamo al Grand Hotel, ci nascondiamo nel sacco a pelo e buona notte India.

To be continued…..