Un Jeko tra le nuvole

Benvenuti a bordo

Benvenuti a bordo

Oggi riflettevo…
Sono quasi 13 anni che volo, nei primi anni ho portato una media di 280 passeggeri a volo diretti in tutto il mondo, mentre negli ultimi 5 anni ho trasportato circa 600 persone al giorno da/per tutta Europa, ho lavorato per quasi tutte le compagnie Italiane per non parlare di quelle straniere, fatto foto con pupi di ogni età e nazionalità, dormito in una quantità di alberghi pari alle calorie di una frittata di maccheroni, ho detto buongiorno, buonasera e buonanotte più volte del presidente Obama in tutta la sua carriera e vuoi che non mi conosca almeno un membro di ogni famiglia non dico del mondo ma almeno Italiana?!
E allora, perché mai nessuno mi risponde “felice di rivederti?”
Mi rivolgo almeno a voi, giovani 18 enni, che qualche volta salite a bordo con quell’aria strafottente e rispondete in malo modo quando vi chiedo di allacciare la cintura o spegnere il cellulare (mannaggia) sbirciate tra le vecchie foto, chissà che non mi riconosciate mentre vi tengo in braccio sorridente, chissà che non vi ricordiate quando vi ho portato a vedere la “stanza dei bottoni”, quando vi ho regalato un dolcino perché piangevate e abbiamo colorato insieme durante la notte. Sono trascorsi un po’ di anni ma la mia faccia è rimasta la stessa, i bambini li faccio sempre ridere 🙂
Se mi riconoscete ditemelo, sarei davvero felice di riabbracciare le mie persone dell’aria, quelle che mi hanno raccontato delle loro paure, quelle che stavano male, quelle che hanno pianto e riso mentre le tenevo per mano, quelle che mi hanno fatto innamorare del mio mestiere e che sono da qualche parte, nascoste magari trai sedili del “mio” aereo a giocare con l’iPad, oppure mi stanno leggendo…
Non è semplice questo lavoro, può sembrarlo ma vi assicuro che non lo è affatto, come tutti abbiamo le nostre vite e le giornate NO ma facciamo sempre del nostro meglio per tenervi al sicuro con un bel sorriso che alle volte cela tanta tanta stanchezza ma siamo lì per voi. Trascorriamo molto più tempo in aria che con i piedi per terra, lontani dalle nostre famiglie, dai nostri cari, dai nostri amici e può sembrare una sciocchezza ma voi fate la differenza. Stanotte non ho riposato molto, direi per niente e ci ho riflettuto sopra, sono trascorsi quasi 13 anni, per forza di cose vi conosco tutti, è elettrizzante in effetti, in qualche modo sono un jeko di famiglia.
Buon volo ovunque voi siate 🙂

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Noi, 14 kg sulla schiena e l’India attorno episodio 7

Fumo una Gold Flake corta 4 cm, il mal di testa mi sfonda le tempie ma non posso smettere. In qualche modo la nebbia fitta che mi sommerge mi rende meno vulnerabile in questa camera indiana giallastra. La scimmia che solo ieri mi terrorizzava oggi mi fissa con più indulgenza dall’altra parte del vetro, sembra essere più preoccupata dall’ignoto oltre il muro di cinta che da questa turista scolorita e confusa. E’ quasi giunto il momento della partenza per Benares, la città sacra, dovremmo viaggiare in nottata alla volta di Allahabad per assistere al kumbh mela, il grande evento che aspettavo ma strani fantasmi occupano la mia testa e mi urlano di non andare. E’ strano, molto strano, vorrei poter raccontare di aver assistito a levitazioni, illuminazioni e prodigi ma l’unica levitazione è quella del mio cervello che sembra voler sfuggire al mio cranio. Penso, penso, penso e continuo a non capire…

Con un analgesico in circolazione mi decido ad affrontare i miei mostri, ho bisogno di camminare da sola, senza giudizi, senza preconcetti, senza dovermi preoccupare delle ragazze che ancora per qualche ora saranno impegnate a contorcersi e ritrovare braccia e gambe nelle più bizzarre posizioni yoga.

“E’ il giorno più sacro oggi, dovresti andare sul Ganga” mi incoraggia il ragazzone alla reception con lo stesso tono di chi intima un fratello ad andare a salutare i genitori.

ponte tramonto

Cammino contro la corrente di fedeli multicolor che si affrettano allegri verso i luoghi delle abduzioni, cammino cercando di sfuggire alla curiosità di vedere cosa faranno. Percorro una, due, forse tre volte uno dei due ponti che separa Rishikesh dalla città più nera. Motorini, bici, scimmie, carretti, mucche, tutto sembra voler rallentare questa piccola maratona che mi accorgo di aver iniziato da sola. Scendo dal ponte ancora una volta, disturbata dai ripetuti clacson, una folata di incenso mi annienta, mi cattura, mi trascina in una via che credo di aver già percorso ad occhi chiusi…

Inciampo.

Mi spavento.

Mi disoriento e mi ritrovo sull’uscio di un tempio che si è materializzato tra un cassonetto ed un albero fiorito. Gli alberi, sono giganti decorati con stoffe ed incensi la cui ombra appare un posto sicuro… Un piede è saldo sulla strada ma l’altro è leggermente sospeso proprio al limite del varco, sono praticamente immortalata nella moviola di una visione inaspettata. Entro-non entro? Qualcuno mi guarda? Un colpetto all’altezza dei reni decide per me: sono nel tempio. Sussulto.

La statua di una dea si palesa davanti ai miei occhi, una preghiera, un saluto, non so esattamente dove sia finita ma per un tempo che non saprei definire siamo rimaste da sole io e Lei, in contemplazione.

Alle mie spalle una mucca, le orecchie tese, le ciglia lunghe che puntano il mio sguardo sorpreso. “Prego” mi fa segno di entrare sbarrandomi l’uscita. Mi volto ancora una volta, non sono da sola, un uomo anziano si sta godendo la scena con una scopa di rametti tra le mani. Tutt’altro che sorpreso saluta, me o la mucca non lo saprò mai, ma sento che lo zaino non è più così pesante, forse è rimasto sul ponte…chissà. Ed eccola Rishikesh, finalmente bella, guardarmi negli occhi.

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E scopri che una mucca può aspettare il suo vecchio amico risalire la salita, che i poster non sono stracciati per via del tempo che passa ma sono il pasto di quelle grasse signore dagli occhi gentili. E li vedi quei raggi del sole dipingere d’oro le ombre che ti fanno paura. E le ore passano e ti ritrovi a parlare con quelli che ieri erano solo mendicanti ma che oggi ti raccontano storie e ti salutano felici di rincontrarti.

E i tuoi passi diventano leggeri ed i piedi non piombano più sul terreno in cerca di sostegno ma saltellano e ti ritrovi sulle punte a guardare cosa c’è oltre il muro.

Oltre il muro c’è l’India che non vedevo, la gente, le fontanelle aperte per abbeverare gli animali, oltre il muro c’è il ponte che attraversa il Ganga che, adesso, non mi sembra nemmeno più sporco.

 

Ritrovo le ragazze ed insieme percorriamo gli ultimi passi verso il grande fiume. Scalze, una ad una scendiamo le scale e raggiungiamo la riva circondate dai bambini con i fiori da offrire alla corrente. La luce scivola sulla superficie dell’acqua, il tramonto si specchia…I bambini, i fiori, il profumo degli incensi accesi ovunque, i miei piedi nel Gange e le barchette che iniziano il loro viaggio cariche di speranze. 

Mi fermo un attimo in sospensione tra cielo e terra mentre le risa delle bambine riempiono l’aria, respiro questa gioia leggera come l’aria di una sera d’estate:  non partirò per Benares, ora lo so. 

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gioca con me

Sorrido ad un obiettivo che mi riporta tra le mie persone speciali e ricomincio a giocare.

To be continued…