Noi, 14 kg sulla schiena e l’India attorno 1 episodio

 28 febbraio 2013

E’ doveroso iniziare con la premessa che quanto di seguito riporterò non vuole essere in alcun modo una verità assoluta ma il mio punto vista, la pura percezione dei fatti di una viaggiatrice che non

è munita del Santo Graal ma di quello che reputo un terzo occhio sprovvisto di grandangolo se capite cosa intendo… a voi che leggete chiedo di documentarvi sui fatti tenendo a mente, se possibile, che quello che scriverò è affetto dal mio pensiero e dalla mia personale esperienza di vita.

04 febbraio quasi 05  Nuova Delhi

Siamo appena arrivate, praticamente catapultate nell’auto che ci attendeva da tempo con alla guida un silenzioso Dan o Dahl come continua a chiamarlo Roby, confondendo il nome con una tipica zuppa indiana.

Il pick up è adornato da confortevoli tappetini indiani e pezzi di cartone sotto i piedi. Dan non proferisce parola, forse è timido o solo stanco, forse non è a suo agio con 4 donne occidentali. Siamo provate dalla nottata passata in bianco tra aerei e aeroporti ghiacciati. Le ragazze crollano, io osservo il cielo pesante, quello che vedo non sono solo nuvole… il cielo è marcio, l’aria è marcia, le strade sono marcie e sono marci anche gli occhi delle persone che vedo immobili sui bordi di macerie di plastica ad osservare le macchine che passano attraverso altre macchine.

“Dan si può fumare? ” 4 sigarette accese, più tardi saranno 5 , una rollata per Dan che continua a non parlare mentre guida come Schumacker, dibattendosi come una pallina in un flipper tra allegrissimi camion che ci avvisano di suonare se nn vogliamo essere schiacciate.

in viaggio verso Amritsar

in viaggio verso Amritsar

Per le strade, come gatti, le vacche si godono la loro intoccabilità rallentando per un attimo questo traffico in festa. L’impressione è che qui le leggi fisiche non trovino applicazione. Dopo circa 29 ore dalla nostra partenza ecco il primo contrattempo. Siamo ferme nel mezzo del nulla, presso quello che sembra essere un venditore di patatine a cercar di scoprire perché il nostro pick up non vuole saperne di continuare il viaggio. E’ tutto il giorno che allegre compagnie ci spingono in retromarcia per convincere il nostro mezzo a ripartire, ma ora è definitivamente spento. Un turbante nero, una tunica verde, una faccia paciocca e 4-5 sorrisi bianchissimi si alternano nella visuale che ho del vano motore. Se la ridono di gusto, staccando fili improbabili alla ricerca di quello giusto per circa 3 ore. T è acciambellata sul sedile anteriore, Roby come un ghiro mi cinge per non sentir freddo, io e Ale ce la fumiamo e nel mentre il volante è andato… “Direi che neanche questo è il problema” sembra dire divertito uno dei nostri meccanici improvvisati. Ci alterniamo in strada alla ricerca di una spiegazione che non arriverà, un mendicante si intrufola in questo teatrino che sembra diventare sempre più comico e ci osserva, come hanno fatto praticamente tutti dal nostro arrivo, incuriositi probabilmente dalla nostra presenza in un luogo così distante dall’ occidente. O forse, e questo mi sarà rivelato solo poi, non è visto di buon occhio il nostro fumare in pubblico!

Le prime sensazioni sono di stupore, non ho ancora visto nulla di obbiettivamente bello, ma l’atmosfera è incoraggiante.

Si riparte, la batteria è stata messa al suo posto a suon di pugni e gridolini di vittoria. Dan è decisamente più rilassato, viene fuori solo ora che eravamo sprovvisti di abbaglianti, a quanto pare di vitale importanza per segnalare alle migliaia di camion in orari notturni ( è passata mezza notte) che dobbiamo sorpassare.

Arriviamo ad Amritsar alle 0200 di notte, per strada ci sono dei Sikh  armati che cortesemente ci indicano l’hotel che Dan pronuncia “grdodò”, pur non convincendoci sulla comprensibilità della sua informazione arriviamo al Grand Hotel, ci nascondiamo nel sacco a pelo e buona notte India.

To be continued…..

Noi, 14 kg sulla schiena e l’India attorno.

Sono rientrata a casa da un viaggio che mi è sembrato durare una vita. Sento ancora il peso dello zaino sulle spalle e l’odore delle spezie nelle narici sembra non volermi abbandonare. La pelle del viso è segnata dallo smog che ci si è cucito addosso ma più di ogni altra cosa, porto con me un peso sullo stomaco che diventa ogni giorno più duro da digerire, un peso che chiamerò esperienza perchè non trovo altre parole che possano spiegare cosa succede adesso, una volta al sicuro tra le mie pareti domestiche in un paese che ha tutto anche se non sa cosa farsene.

Non vi parlerò della povertà, non è questa l’esperienza che mi sta logorando il fegato, non vi parlerò dell’illuminazione che credo tutti si aspettano di raggiungere solo per aver posato i piedi nel paese dello yoga e la meditazione… Sto cercando di metabolizzare io stessa questo assurdo viaggio in un posto che talvolta inganna gli occhi con immagini cruente e lontane dall’immaginario collettivo del turista-cacciatore di fotografie, ma sorprende l’anima con un inattesa sensazione di bellezza.

Proverò a portarvi in viaggio con noi con l’aiuto del taccuino che mi ha fatto compagnia durante i lunghi spostamenti nell’India del Nord e vi mostrerò delle foto… ma non adesso, ora è tempo di metabolizzare perchè davvero non so come iniziare se non dalla lavatrice 😉

A dopo

Ambra